A volte odio la mia città. Mi va stretta come una maglietta corrosa dal tempo. A volte vorrei scappare.

Sento di aver ereditato un tesoro senza poterlo toccare. Certe volte la guardo con rancore, altre con biasimo.

Ci sono volte, però, in cui la contemplo muta. Incantata dalla sua bellezza corrotta e ipnotica, inebriante come musa ispiratrice di odi, penosa come dimora violata più volte dal temuto sciacallo dal nome “Indifferenza”.

A volte vorrei che la mia città morisse per poter rinascere, che sprofondasse per poter risplendere. A volte la vorrei coraggiosa, come pugno chiuso oltre il filo spinato; altre la vorrei libera, come un bambino appena consegnato al mondo. A volte la vorrei così com’è: depravata e appassita perché, in fin dei conti, la amo.

Quella mattina di ottobre decisi di amarla ancor prima di aprire gli occhi. Era una giornata assolata, una di quelle che spingono a cacciare segreti sotto il pavimento mentre gli altri cercano riparo dalla calura, quando mi recai alla Chiesa di Sant’Agata al Carcere. Speravo di indagare ancora una volta su quel monumento ignorato: l’anfiteatro.Guarda al di là del tuo naso

Il portale decorato all’ingresso della chiesa settecentesca era disposto ad ospitare chiunque, persino i miei interrogativi.

Varcai la soglia e trovai un archeologo come guida: un ragazzo alto e dallo sguardo indagatore, proprio di chi fa questo mestiere.

Eravamo in tre ad ascoltare la sua spiegazione sul martirio di Sant’Agata nel luogo in cui, secondo la tradizione, esalò l’ultimo respiro. Gli chiesi informazioni rivelando la ragione della mia visita “Avete libri sull’anfiteatro che si possono consultare?

“No” – rispose tempestivamente – “gran parte dei testi che vedi esposti sono legati alla Chiesa o al culto della SantaUna cosa però, potrebbe tornarti utile” – aggiunse, additando la tela posta sull’altare maggiore irradiato dalla piena luce del mezzogiorno.

Quest’opera, firmata “Bernardino Niger grecus”, risale al 1588. Noti qualcosa di particolare?” Misi gli occhiali per non sforzare la vista, quando lo notai emergere tra I colori, alle spalle della santa e dei carnefici: l’antico anfiteatro di Catania.

Rimasi ferma davanti all’obiettivo della mia fotocamera. Incantata, tornai al normale vivere.


Dubito ergo sum                                                                                                                                                                                                                                  Questione di identità


Testo a cura di Erika Magistro

Illustrazioni di Delia Sambataro