Alcuni pensano che siano le persone a fare i luoghi, col proprio vissuto. Come se una casa, una volta spopolata degli oggetti dietro ai quali si rifugiano i ricordi di chi ve li ha riposti, venisse spogliata della propria identità; altri, invece, pensano che siano solo spazi da occupare. Inutili e mutevoli scenari dentro i quali muoversi indisturbati. Come se tutto ciò che li circonda li sfiorasse senza attraversarli.

Anche io appartenevo a questi ultimi mentre passeggiavo per le vie della mia città senza indagare sui perché. Spettatrice inattiva di una realtà che gli altri avevano deciso di presentarmi finché, un giorno, mi sono svegliata dal torpore e ho deciso di conoscere le cause per conoscere il vero.

Nessuno conosceva l’Anfiteatro. Nemmeno io. Era mio dovere porvi rimedio.

In quel giorno di presa di coscienza – così mi piace definirlo – mi recai presso la Chiesa di S. Agata la Vetere in Via Santa Maddalena, di fronte il conservatorio della purità.

L’edificio attuale, costruito dopo il terribile terremoto del 1693, sorge nello stesso luogo di una precedente chiesa che, eretta fra il 380 ed il 436 d.C., ebbe la funzione di prima cattedrale della città. Lo ignoravo anche io.

La luce pomeridiana percorreva la navata sostando dinanzi l’altare, quasi in segno di ossequio, quando una ragazza mi si avvicinò: “desideri visitare la chiesa?” – mi chiese sondando le espressioni sul mio volto. “No, avrei bisogno di consultare i libri della vostra biblioteca per trovare informazioni sull’anfiteatro.

Ci sono molti libri interessanti, puoi tentare.” Aprì una porticina, invitandomi ad entrare. Iniziò a scorrere freneticamente le dita sul catalogo che aveva afferrato da uno scaffale, poi si fermò alla voce Archeologia. “Ecco, questi sono i testi. Chiudiamo alle 18.30. Se hai tempo, puoi sederti, consultarli e fotografarli oggi stesso.”

la presa di coscienzaAccolsi il suo invito e quasi intimorita dall’atmosfera sacra e misteriosa che accompagnava quell’antro iniziai la mia ricerca.

L’anfiteatro era proprio per gli assalti e i combattimenti con le fiere, gli uomini si esercitavano. In esso i delinquenti venivano giustiziati e talvolta frustrate. Ebbe il suo Catania alto e sontuoso presso la porta di Iaci”. (P. Carrera, Memorie historicae di Catania, Dell’Anfiteatro, libro primo, cap XXXIX).

Avevo dimenticato il tempo. Lo sguardo perso, proprio di chi, rapito dalla narrazione, trepidante strofina la pagina successiva ansioso di conoscerne il seguito.


Non si ama senza conoscere                                                                                                                                                                                                                     Dubito Ergo Sum


Testo a cura di Erika Magistro

Illustrazioni di Delia Sambataro