Tanto più in profondità nella terra affondano le radici di un albero quanto più in cima si staglieranno le sue fronde. Ciò vale anche per la ricerca: più si indaga, maggiore è la possibilità di approdare alla vetta della conoscenza.

Giunsi in piazza Stesicoro con l’intento di fotografare l’edicolante. Mi servivano immagini da allegare ai racconti e così tornai nel luogo in cui le mie osservazioni erano partite.

radici
Salve, si ricorda?” “Certo.” “Posso farle una foto, anche di spalle, per quella mia ricerca? Solo se vuole però.”

Nessun problema” – rispose accennando un sorriso, mentre consegnava i quotidiani ai clienti. “E comunque” – aggiunse – “se può interessarti, ho trovato un libro sull’anfiteatro” – e si allontanò d’improvviso. “Ecco” – riapparve tra i fogli di giornale con in mano un libro dalla copertina corrosa: l’Anfiteatro Romano di Catania – Francesco Giordano – “spero possa tornarti utile.

Grazie di cuore.” Gli occhi sgranati e la bocca schiusa in segno di stupore denunciavano la mia incredulità: avevo insinuato il dubbio nell’animo di qualcun altro.

“Facciamo questa foto allora.” Si mise in posa. Di profilo. Lo sguardo verso il monumento a Bellini, al di là della strada, e l’opuscolo in mano. “Era in mezzo a tutta questa roba” – disse indicando le montagne di carte alle spalle – “ora è  tuo, consultalo.”

Lo salutai con riconoscenza. Mi sentii meno sola: un altro, un estraneo, uno fra tanti, aveva capito l’importanza del mio studio.

Andai verso la fermata in attesa dell’ autobus che mi avrebbe condotto a casa. Iniziai a sfogliare le pagine e a viaggiare in ognuna di esse:

“Trascinato dal giusto entusiasmo, Filadelfo Fichera affermò che l’Anfiteatro è una “meraviglia mondiale”, e tale più sarebbe se fosse posto interamente alla luce. Idea del resto inattuabile perché comporterebbe l’abbattimento degli edifizi sette-ottocenteschi che coronano a sud la piazza Stesicoro, via Etnea e via Manzoni. Egli ricorda la grandiosità del monumento, che appare conservato in modo assai perfetto, se si confronta- senza infingimenti e meramente sotto il profilo tecnico- con i simili di Siracusa e di Taormina, grandemente rimaneggiati durante i secoli. Sicché bisogna, in un certo senso, dire che l’interramento del nostro edifizio, ed i cataclismi conseguenti e la positura già inferiore, fu un bene per la sua conservazione, perché “ quasi sempre le opere subaeree non resistono a venti secoli di vicende”. Infine egli conclude colla constatazione, troppo poco recepita: “A visitare i monumenti della Sicilia orientale accorrono dall’Italia e dall’Estero numerosi , il che prova che i monumenti di Taormina e di Siracusa meritano l’ammirazione degli amatori. A maggior ragione la meritano quelli di Catania, che per la grandezza, per la decorazione, per la conservazione non sono inferiori agli altri, quando siano messi bene in evidenza e fatti conoscere.”

Una signora parlava da sola, un anziano signore osservava la signora che parlava da sola sbigottito, un bambino guardava la signora che parlava da sola e il signore sbigottito, poi volse lo sguardo al di là del finestrino.

Io guardai la signora che parlava da sola, l’ anziano signore sbigottito e il bambino che volgeva lo sguardo altrove.

La mia fermata. Un libro in mano.

Si capisce che sono siciliana (post scriptum)

Si capisce che sono siciliana perché sogno anche quando non dovrei, perché ciò che per gli altri è semplice per me è irraggiungibile.

Si capisce che sono siciliana perché cerco il mare anche dietro la ferraglia e sfido il sole con sguardo superbo, perché tendo alla fuga e poi voglio tornare.

Si capisce che sono siciliana perché commisero la mia terra ma la difendo da chi la ingiuria, perché mi lamento per intercalare.

Si capisce che sono siciliana perché dico di non credere e poi prego quando ho paura, perché sono come la mia terra: potenza in catene.

E la mia terra è bella anche se ricoperta di polvere.

La mia terra manca anche se abbandonata, usurpata, oltraggiata.

La mia terra è amata anche se denigrata: ogni via si presenta familiare anche se inesplorata, ogni uomo anziano con la coppola sul capo mi restituisce l’immagine di mio nonno, ogni antro appare custode di un passato non troppo lontano.

La mia terra vive nel buio pur ignorandolo ed io, legata al suo petto da lacci inestricabili come radici di alberi secolari la sento palpitare anche quando il suo battito sembra cessare.

Pensai a tutto ciò mentre calpestavo il suolo al di sotto del quale si estendeva l’anfiteatro. Mi fermai per appuntarlo, poi prosegui per la mia strada. Consapevole, adesso, di un mondo che prima  ignoravo.


Questione di identità                                                                                                                                                                                                                                      Memorie sparse


Testo a cura di Erika Magistro

Illustrazioni a cura di Delia Sambataro